C’è qualcosa di più prezioso della memoria?
Tra sussurri e frammenti, il Museo per la Memoria di Ustica, grazie all’installazione dell’artista francese Christian Boltanski, ci riporta, come un eco ad un evento ancora non cicatrizzato della storia italiana – uno dei più grandi disastri aerei nazionali.
Una storia che comincia in quella giornata oscura, nebulosa, del 27 Giugno 1980 – del volo Itavia 870 Bologna-Palermo, delle 81 persone a bordo, tra le quali: 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d’equipaggio. Improvvisamente e misteriosamente del DC-9 si persero le tracce radar, come un respiro spezzato. Da quel momento la vicenda è stata avvolta da un silenzio logorante, anche, e soprattutto da parte delle istituzioni.
Grazie però alla determinazione e alla volontà dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica e a Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione, Il Museo è stato inaugurato il 27 Giugno 2007, in occasione del ventisettesimo anniversario della strage.
Attorno ai resti ricostruiti del DC-9, composto da più di duemila parti, è stata allestita l’installazione dell’artista francese Christian Boltanski.
L’opera è strutturata in diverse parti: 81 luci, 81 specchi neri riflettenti, 81 altoparlanti, 9 grandi casse nere. Ottantuno come le vittime morte a causa di questo tragico incidente. Ottantuno vite strappate, oltre che all’esistenza, alla memoria.
È così che l’artista francese ha voluto che il tempo non si allontanasse di un millimetro da quell’accaduto, e che oggi rivive nello sguardo di chi osserva.
Vivere l’esperienza offerta dal Museo di Ustica, infatti ci riporta fortemente vicino a quelle persone. Fragilità, brevità, e caducità vengono trasferite allo spettatore attraverso la vibrazione delle luci intermittenti – al ritmo di battiti cardiaci, il riflesso degli specchi scuri – dalle voci sussurrate in punta di piedi, dagli oggetti personali delle vittime contenuti nelle grandi casse nere – invisibili agli spettatori, tra i quali: pinne, boccagli, occhiali, vestiti – tutte tracce testimoni della firma di una tragedia casuale e ineluttabile. Di questi oggetti, però, l’unica componente visibile che ne rimane è una sorta di archivio: “La lista degli oggetti personali appartenuti ai passeggeri del volo IH 870”, una pubblicazione che restituisce al visitatore la ricostruzione della verità.
Christian Boltanski è stato l’artista che meglio poteva tradurre visivamente questa tragica narrazione. Nato a Parigi nel settembre del 1944 da madre corsa e padre ebreo di origine ucraina, cominciò fin da subito, in maniera autodidatta a dipingere su temi importanti come la strage degli innocenti e il massacro degli armeni a Van.
Negli anni Sessanta, dopo aver deciso di abbandonare la pittura decise di dedicarsi alla produzione di cortometraggi e installazioni su temi incentrati sull’infanzia o sul passaggio delle stagioni di vita. Dagli anni Ottanta e Novanta invece, la poetica iniziò a farsi esplicita e sempre più incentrata sul tema della memoria; una ricerca non casuale, e che deriva dai racconti che l’artista ha potuto ascoltare in giovane età direttamente da molti sopravvissuti alla Shoah.
Ustica, come qualcuno scrisse è un “brivido feroce che parla da lontano” per arrivare a noi, perché ognuno di noi può ritrovarsi in quelle voci, in quelle parole; perché ognuno di noi è vittima, a modo suo, delle gesta del destino.
Per ricordarsi della memoria, sempre.
